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Come purtroppo sappiamo tutti, la fine del primo decennio del secolo ha portato in dote una crisi globale senza precedenti, forse paragonabile solo a quella del 1929. La Stampaben non poteva sottrarsi a questa nuova situazione, anche perché stava sommando allo sconfortante quadro generale una raffica di scelte commerciali suicide. I titolari continuavano a dilapidare risorse per progetti sbagliati in partenza, per benefit illimitati e immeritati, e per alcuni dipendenti caratterizzati dal pessimo rapporto stipendio/efficienza. In un’azienda di piccole dimensioni una persona a produttività nulla ci può stare, ma Fausto Timento decise che non era sufficiente: introdusse così la figlia neolaureata nei ranghi della ditta, raddoppiando la quantità di elementi improduttivi proprio nel momento in cui la crisi cominciava a mordere sul serio.

Nel giro di pochi mesi il lavoro cominciò a diminuire in modo preoccupante: molte aziende nostre clienti chiusero l’attività, senza peraltro essere sostituite da nuove imprese; quelle che riuscirono a resistere allo tsunami della crisi ridimensionarono tutte le spese, comprese ovviamente quelle pubblicitarie. Molti clienti, che fino ad allora non avevano mai creato problemi, iniziarono a non pagare più le fatture, mentre le banche diventavano sempre più restìe nel concedere prestiti e finanziamenti. In quel momento sarebbe stata vitale la differenziazione della proposta commerciale che avevo proposto più volte, e che era stata regolarmente bocciata; in compenso l’atmosfera si faceva ogni giorno più pesante, e voci di corridoio sempre più insistenti davano ormai per scontati provvedimenti drastici.

Poco tempo dopo, nel corso di una drammatica riunione generale Timento annunciò il ricorso alla cassa integrazione. Com’era nel suo stile, non ammise i gravi errori di condotta della dirigenza, né l’impatto dello spreco di risorse da lui cagionato. Tanto per cambiare il dito accusatore era puntato su noi dipendenti, e la frase finale di Fausto diede la mazzata definitiva al nostro morale: “Se le cose non migliorano nel giro di pochi mesi, dovremo cominciare a tagliare il personale”. Cominciò così un periodo nerissimo, durante il quale la tensione si poteva tagliare con il coltello, aggravato dai comportamenti sempre più vessatori dei titolari e di Trappolini: invece di compattarsi di fronte alle difficoltà, diminuendo le distanze gerarchiche e cercando di collaborare per il bene comune, instaurarono un vero e proprio regime del terrore.

Mentre noi dipendenti ci arrabattavamo tra giornate di sospensione e altre di cassa integrazione, Trappolini e le due figlie dei titolari ne erano esenti: e continuavano come se nulla fosse a seguire i propri lavori personali a introito zero. Come paventato dal Timento nel corso della riunione sopra descritta, nei mesi successivi le cose non migliorarono affatto. Io, dal canto mio, mi sentivo abbastanza tranquillo: ero (o almeno, credevo di essere) un pezzo importante nella scacchiera aziendale, come può esserlo il grafico creativo di una ditta che vende grafica e creatività; in più possedevo dei precedenti che rasentavano la santità, in tema di giorni di malattia, ritardi fatti, permessi richiesti e lavori sbagliati. Non ultimo, avevo dietro di me almeno sei persone con minore anzianità: e anche se non potevo certo compiacermi del maggior rischio che questi correvano, contavo sul fatto che essendo più giovani avrebbero trovato più facilmente un nuovo lavoro.

Il primo aprile 2014 venni convocato nell’ufficio di Fausto Timento. Pensando al solito lavoro da fare per qualche torneo di golf, scesi tranquillo con le mie penne e il mio blocco per gli appunti: ma questa volta non c’erano lavori da fare. “Davide, ti daremo quello che ti spetta di TFR e continuerai a lavorare con noi a chiamata”. In parole povere: licenziato in tronco. Non sussistendo la giusta causa, la Stampaben si aggrappò all’estrema ratio del cosiddetto giustificato motivo oggettivo, porcata messa in piedi per cancellare decenni di lotte sindacali e per consentire alle aziende di licenziare a propria discrezione. Avrei potuto tentare di oppormi in sede legale, perché non avrebbero potuto dimostrare che non potevo essere riposizionato o utilizzato diversamente, ma vista la disparità di risorse economiche da destinare agli avvocati avrei comunque perso in partenza.

Lo scopo principale di Timento era quello di sostituirmi con la figlia, e non avrei potuto fare niente per evitarlo: era un po’ come se un team di Formula 1 cacciasse il pilota per sostituirlo con una delle ombrelline, ma in un’azienda dove il nepotismo regnava sovrano questo era il finale più prevedibile. Il fatto che la ragazza fosse priva di qualsiasi talento tecnico e creativo non aveva importanza: probabilmente fu lei stessa a “scegliere” il ruolo da ricoprire e di conseguenza la persona da cacciare. D’altra parte, quando si ha ragione a prescindere, possedere o meno le capacità necessarie diventa del tutto secondario. La mia stessa sorte toccò a Valeria, segretaria di una bravura quasi commovente, entrata in azienda vent’anni prima poco più che ragazza: messa in mezzo alla strada con tre figli ancora minorenni e il mutuo da pagare. Ma dovendo scegliere tra lei e Eva Sfuriotti, non poteva finire diversamente.

Al di là della comprensibile disperazione per l’inatteso e ingiusto licenziamento, una cosa in particolare mi fece davvero imbestialire: Orlando Sfuriotti, sempre pronto a divorare chiunque per qualsiasi motivo, ma anche l’unico capace di pesare il valore delle persone, non mosse un dito per dissuadere il socio dalla mossa vergognosa che si apprestava a fare. Lui sì, sapeva quanto facevo per l’azienda e soprattutto come lo facevo; e sapeva anche quali sacrifici aveva affrontato Valeria, e come quest’ultima fosse efficiente e affidabile nel suo compito. Ma non fu capace di opporsi in nessun modo alla più ignobile delle scelte mai compiute dalla Stampaben.

Questo lavoro fa schifo!
Dieci euro a progetto