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Non era passato neanche un anno, da quando Marta ed io avevamo lasciato la padella della Bellerofont per gettarci a capofitto nella brace della Stampaben. Nella primavera del 1999 Marta si sposò e si fece il suo bravo viaggio di nozze lasciando me e Federico in balìa di un mare di lavoro, proprio nel periodo dell’anno tradizionalmente più critico per l’azienda. Furono tre settimane infernali, sembrava che il mondo intero si fosse deciso a stampare materiale e a farlo proprio da noi. Il viaggio di nozze terminò e Marta fece ritorno, ma aveva in serbo un’ulteriore sorpresa.

La nostra collega stava sempre male e trascorreva più tempo in bagno a vomitare che a lavorare: non serviva un ginecologo per capire che fosse in stato interessante. Questa situazione durò molto poco, perché Marta chiese ed ottenne il congedo per maternità, probabilmente anticipato, visto che stava sempre peggio e a fatica si reggeva in piedi. Così Federico ed io ci trovammo di nuovo soli ad affrontare una mole ciclopica di lavoro, tanto quanto non se ne era mai visto prima in quell’azienda, a detta del mio giovane collega che già ci lavorava da qualche anno. Io, che ancora facevo orario part-time, ero letteralmente sommerso di progetti e non riuscivo in nessun modo a smaltirli, neanche sacrificando alla velocità una parte della mia proverbiale precisione. E fu in quel frangente che venni convocato da Trappolini.

Fino a quel giorno avevo avuto modo di osservare, in Trappolini, comportamenti che andavano dall’arrogante al vessatorio; ma in quel preciso momento scoprii chi era veramente: “Davide, se siamo in questa situazione la colpa è tua, che ci hai fatto conoscere Marta. Quindi ora tocca a te rimediare a questo problema”. Fui così costretto a fare orario pieno, e poiché non potevo permettermi il ristorante né tantomeno fare 54 chilometri per andare a mangiare a casa, diedi inizio a quello che ricordo come “il periodo delle scatolette”. Mangiavo di corsa, davanti al computer, insalate di tonno o panini, qualche volta della pasta scotta preparata la mattina; cominciai presto a sentire le conseguenze di questo modo di pranzare, perché soffrivo sempre più spesso di fortissimi bruciori di stomaco e non di rado mi accorgevo di perdere sangue dall’intestino.

Il periodo delle scatolette durò ben cinque anni. Persi la collaborazione con la TV locale per la quale creavo grafica e testi, perché non trovavo più il tempo da dedicare a questa attività secondaria. Nessuno dei capi della Stampaben si scomodò mai ad allungarmi qualche lira o qualche euro per andare a mangiare decentemente, almeno una volta ogni tanto. Al primo piano dell’azienda, di fianco agli uffici, c’era un piccolo appartamento dotato di forno a microonde e cucinotto: ma nessuno si prese mai la briga di darmi le chiavi per potermi fare un piatto di pasta caldo. Solo due volte, in cinque anni, Trappolini ebbe moti empatici quasi umani ed invitò Federico e me a pranzare a casa sua. Molto più spesso, invece, quando arrivava in azienda alle due del pomeriggio veniva nel mio studio e con aria di scherno chiedeva “cos’hai mangiato di buono oggi?”

Quando era veramente in vena di fare del male, abituato com’era ad alimentare il suo ego con la sofferenza altrui, alla risposta “tonno e fagioli” ribatteva “pennette al ragù, filetto di manzo, pecorino sardo, Morellino di Scansano, caffè e grappa barricata”. Mi si potrà obiettare che avrei dovuto puntare i piedi per ottenere i buoni pasto o almeno le chiavi dell’appartamento: ma non è possibile fare questa osservazione senza conoscere la vera essenza dei personaggi che popolavano la Stampaben. Nessuno aveva diritto alla mensa, tantomeno io che mi ero macchiato dell’infamia di metterli in contatto con Marta; e l’appartamento non si poteva usare per nessun motivo (anche perché ho il forte sospetto che uno dei soci lo usasse in maniera poco ortodossa).

Al termine della gravidanza, e anche dopo i mesi successivi al parto previsti dalla Legge, Marta non si vide più. Non ho mai capito se venne licenziata, o se diede le dimissioni, o se fece qualche altro genere di accordo con la dirigenza della ditta: sta di fatto che la Stampaben assunse un’altra ragazza, Stefania, agli inizi degli anni 2000. Questo però non mi permise di porre fine al periodo delle scatolette, perché nel frattempo la mole di lavoro era aumentata in modo esponenziale e le mie liste di lavoro anziché alleggerirsi si allungavano sempre di più. Oltre all’archivio e alle schede di lavoro avevo portato in azienda innovazioni ormai imprescindibili, che solo io potevo gestire: nessuno prima di me aveva mai eseguito fotomontaggi e fotoritocchi degni di tale nome, e in quel momento mi ritrovai letteralmente schiacciato dalle mie stesse capacità. Pregai inutilmente Trappolini di lasciarmi andare a mangiare a casa e di fare parte del lavoro da lì; non ci fu verso, perché “se c’è un’urgenza devi essere presente”. E dal momento che ormai l’urgenza assoluta era diventata il modus operandi della Stampaben, il discorso era chiuso.

Le prime avvisaglie
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