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Mobbing. Vocabolo inglese dal verbo to mob (assalire), già utilizzato in etologia per indicare l’assalto collettivo portato da uno stormo di uccelli a un individuo isolato. Per estensione: comportamento vessatorio esercitato tramite violenze psicologiche all’interno di un gruppo verso un individuo che si vuole isolare, emarginare o allontanare.

 

Basta mobbing

 

Il mio nome è Davide, e per almeno sedici anni sono stato vittima di quel cancro maledetto chiamato mobbing. In questa pagina, e in quelle che seguiranno, sostituirò il nome dell’azienda per la quale ho lavorato con uno di fantasia, così come non userò i veri nomi dei miei aguzzini.

Aguzzini, non saprei in quale altro modo definirli. Il loro scopo non è solo quello di isolare o emarginare: in loro vive un complesso di inferiorità che li porta a sfruttare il potere di cui dispongono per umiliare chi gli sta accanto. Cercano in ogni momento, con metodo e dedizione quasi maniacale, di scovare il dettaglio che possa consentire ora la sfuriata, ora l’offesa gratuita, ora l’annientamento psicologico davanti ai colleghi.

Lo vedi nei loro occhi, il sottile e perverso piacere che provano mentre criticano il risultato della tua fatica, o mentre scaricano su di te il peso di un loro errore. Provi un misto di rabbia e rassegnazione quando, per alimentare il loro ego smisurato, ridicolizzano la qualità del tuo lavoro e al tempo stesso esaltano le meraviglie del loro.

A nulla valgono l’impegno, la precisione, la dedizione, la puntualità, l’affannosa ricerca del costante miglioramento: tutto è dovuto e niente è meritevole di considerazione, tutto è obbligo, nulla è diritto. Puoi non sbagliare una virgola per anni, ma alla prima svista sei finito. Puoi arrivare tutti i giorni in anticipo di dieci minuti e timbrare dieci minuti dopo la fine dell’orario, ma se ti azzardi a chiedere mezza giornata di permesso sono dolori. Puoi fare solo due settimane di malattia in sedici anni, e andare al lavoro con 38 di febbre per non lasciare indietro un progetto urgente, ma puoi stare sicuro che dopo un’assenza forzata ti verranno imputati e rinfacciati tutti gli eventuali ritardi dell’azienda.

Puoi anche rovinarti lo stomaco a forza di panini e scatolette, lavorando anche durante la pausa pranzo per coprire l’assenza dei colleghi e portarti il più possibile avanti con il lavoro: loro non solo non ti pagheranno la mensa, ma ti rideranno in faccia decantando la bontà delle tagliatelle al ragù che hanno appena mangiato a casa.

Il mobbing non è solo fastidioso, per chi lavora. È uno stillicidio continuo di gocce di vetriolo, che giorno dopo giorno corrodono l’autostima, devastano la psiche, distruggono l’amor proprio. La prima volta puoi sorridere, quando ti dicono che in fin dei conti il tuo lavoro consiste nel premere pulsanti a caso sulla tastiera e nello strofinare un mouse su un tappetino; la seconda volta ti diverti un po’ meno, poi diventa quasi un’abitudine sentirlo affermare almeno una volta al giorno.

E a forza di sentirlo dire cominci quasi a crederci. Torni a casa con gli occhi gonfi di lacrime, ripensi alle cattiverie che ti hanno detto e ti rammarichi ancora di più per non aver trovato la risposta giusta al momento giusto. Poi, a casa, tieni la testa bassa e non parli per non demoralizzare anche la tua compagna, col risultato di farla avvilire ancora di più. Non puoi parlarne con nessuno, perché gli amici, bene che vada, ti dicono che funziona così dappertutto; ne discuti col tuo medico, e lui ti dice che è un falso problema e devi trovare un hobby per distrarti. I tuoi genitori hanno problemi gravissimi di salute e non li puoi stressare, ai sindacati ti guardano come un appestato e ti liquidano perché non sei tesserato e comunque il fatto non è di loro competenza. Provi ad informarti con l’AUSL se esistono centri di ascolto o terapie di gruppo, ma anche lì, bene che vada, ti allungano svogliatamente il numero di telefono di un psicoterapeuta privato che non potrai mai permetterti.

 

Perché ho voluto creare questo sito?

 
Credo che il mobbing sia un cancro della società molto più diffuso di quello che si creda; queste pagine sono solo un esperimento, per una volta tentato da chi si è trovato nel bel mezzo della tempesta e non da osservatori esterni come possono esserlo psicologi o consulenti del lavoro. Per capire la gravità del fenomeno mobbing bisogna viverlo dall’interno.

Io ci sono stato dentro fino al collo, e sogno da tempo di creare uno strumento a disposizione di chi, come me, ha dovuto – o deve – subire umiliazioni continue e non ha un mezzo per condividerle e denunciarle, né dispone di una valvola di sfogo per raccontarle a qualcuno.

Il mio progetto è questo: comincerò col raccogliere, in una specie di diario, le decine di episodi di persecuzione che ho vissuto. Nel contempo inviterò i visitatori del sito a raccontare le loro esperienze di mobbing, se ne hanno, o a lasciare dei commenti su quanto pubblicato, censurando espressioni troppo esplicite e cambiando i nomi di persone e aziende. Per esperienza personale la mancanza di una valvola di sfogo, o anche semplicemente l’assenza di figure capaci di supportare le vittime, può innescare uno stato depressivo dal quale diventa ogni giorno più difficile uscire.

In uno step successivo, se avrò attirato l’interesse e l’appoggio di figure sindacali, giuslavoristi e psicologi del lavoro, vorrei aprire un Forum dedicato agli aspetti legali del fenomeno mobbing, e alle sue conseguenze sulla salute mentale e fisica delle vittime.

Il terzo passo consisterà nella creazione di un vero “osservatorio mobbing” capace di monitorare, inizialmente a livello locale, i numeri e l’entità del fenomeno, con l’intenzione successiva di diventare un autentico strumento di sensibilizzazione e denuncia sociale.

Il sogno finale è di realizzare una sorta di “libro bianco” del mobbing, selezione dei contenuti più significativi del sito che sta nascendo, e che come questo si intitolerà BASTA MOBBING.