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Alla ricerca del mio primo impiego ho avuto la fortuna di centrare il bersaglio in un concorso pubblico. Eccomi quindi impiegata presso un ufficio comunale di una grande città del Nord Italia. Avevo molto da imparare e volevo farlo iniziando obbligatoriamente con quello che ritenevo essere il comportamento corretto da tenere nell’ambiente di lavoro. Arrivavo in orario, non correvo alla macchina del caffè ogni mezz’ora, non facevo telefonate private e non navigavo su internet durante l’orario di lavoro. Cercavo di essere gentile e disponibile senza scadere nell’eccesso e mi sembrava che i miei capi fossero soddisfatti del mio lavoro, visto che mi affidavano mansioni sempre più impegnative.

Dopo un mese venni avvicinata da una delle mie colleghe che mi apostrofò con queste parole: “devi smetterla di comportarti come la signorina-perfettina che arriva in orario tutti i giorni, fa sempre quello che le chiedono di fare, non esce in anticipo, tiene spento il cellulare e non si ferma in mensa oltre l’orario prestabilito!”. Le feci presente che le cose che aveva elencato mi sembravano tutte coerenti con quanto ci si aspettava da un dipendente, pubblico o privato che fosse. La signora non si mostrò colpita dal mio ragionamento e, alla fine, sbottò: “ma non capisci che in questo modo ci fai fare una figuraccia? Chi vedi comportarsi come te in questi uffici? Nessuno! Quindi piantala o finisce che te la facciamo piantare noi!”.

Dopo queste premesse possiamo capire facilmente perché i dipendenti del pubblico impiego siano spesso additati come i peggiori lavoratori del pianeta. L’ultima arrivata deve adeguarsi ai non-ritmi di lavoro, alle pause eterne e al menefreghismo generalizzato. Questo comportamento è molto meno anomalo di quanto si possa pensare: qualsiasi nuovo arrivato all’interno di un gruppo omogeneo (sia nelle specie animali che nelle società umane) deve adeguarsi ai riti del gruppo in cui vive, altrimenti viene estromesso più o meno brutalmente.

Grazia Gentile

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