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Sono Giorgia, e scrivo per raccontare il calvario – comunque difficilmente esprimibile a parole – di mio padre, morto nel novembre del 1991 per un infarto, a soli 45 anni. Infarto causato dal logorio e dal lungo stress subito in un decennio, dal 1980 fino alla fine, solo per aver denunciato illegalità gravi e per aver contribuito alla rimozione di un responsabile del settore pubblico, allora suo superiore. In quegli anni non esisteva la parola mobbing ma lui, insieme a noi, ha subìto un lungo e perpetuo massacro fatto di sentenze e tribunali non sempre disposti a mettere in luce la verità, ma solo per occultarla e strumentizzarla a loro piacimento. Perché, anche se rimosso dalla sua funzione, questo signore ha fatto in modo di distruggere la vita di mio padre, sia lavorativa che personale.

Dopo la sua morte i suoi colleghi, che avevano vissuto tutta la vicenda, spinsero la mia famiglia a provare ad inoltrare una causa di servizio, per dare dignità al lavoro inflessibile e trasparente di mio padre, peraltro riconosciuto da tutti quelli che lo avevano sostenuto e incontrato fino ad allora. La domanda fu respinta quasi subito dalla sede centrale, perché purtroppo finì nelle mani sbagliate: così almeno ci dissero successivamente; anzi, non la vollero nemmeno aprire. Purtroppo la mia famiglia non aveva le possibilità economiche per portare avanti una causa così importante che avrebbe fatto riemergere vecchi scheletri che nessuno poteva permettersi di far riapparire.

Ancora oggi penso che se mio padre avesse avuto la fortuna di vivere un pochino di più, forse avrebbe potuto dimostrare la persecuzione subìta in 10 anni che gli è costata la vita. Spero che oggi, con gli strumenti a disposizione, storie come questa non debbano più accadere.

La storia di Lady Diferro