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Quando il mobbing lo fanno le istituzioni.

 
Alcuni anni fa decisi di tentare di realizzare un sogno coltivato per anni: allevare cani come lavoro, e non solo come hobby. Non mi bastava più veder nascere e crescere una cucciolata, sceglierne i futuri proprietari e vedere quanta gioia i miei cuccioli portavano nelle loro nuove famiglie. Volevo finalmente tenere con me i cuccioli più promettenti e veder crescere i figli e i nipoti dei miei riproduttori. Era impossibile farlo a casa mia, in zona residenziale, in mezzo ad altre case: dovevo cercare un terreno agricolo sul quale edificare la mia nuova casa con ampio spazio per i miei cani e una nursery per i cuccioli che non fosse la mia taverna.

Mi scontrai subito con le leggi che regolavano l’accesso alla qualifica di “agricoltore”. Qualifica più difficile da ottenere di una laurea in astrofisica! Scoprii presto che:

  • L’allevamento canino non era considerato attività agricola, quindi non poteva svolgersi su terreni agricoli.
  • Non trattandosi di attività di “trasformazione” non poteva essere intrapresa su terreni industriali.
  • Non poteva svolgersi nemmeno in zone abitative (ovviamente!): l’abbaiare dei cani avrebbe disturbato i vicini. E fino a lì c’ero arrivata da sola!

Quindi non esisteva spazio in cui potessi allevare i miei cani. Però, come sempre in Italia, c’era un “trucco”, dovevo diventare agricoltore comprando un terreno agricolo, coltivandolo in modo da produrre un reddito, licenziarmi dal mio lavoro attuale in modo che l’attività agricola risultasse essere la mia fonte predominante di reddito. Questa trafila mi sembrava rischiosa, sarebbero passati anni prima di poter avere un reddito dall’allevamento, e nel frattempo avrei guadagnato pochissimo: e con questo pochissimo costruire casa e canile.

Tuffandomi ancora più a fondo nella burocrazia scoprii che per poter costruire un’abitazione avrei dovuto acquistare almeno 8000 metri quadrati (per una casa di 80 metri quadrati). In alcune zone avrei potuto recintare solo lasciando un vuoto sotto la rete di almeno 40cm di altezza, questo spazio non cintato sarebbe servito a permettere il passaggio di animali selvatici. Il fatto che avrebbe permesso il passaggio e la fuga anche dei miei cuccioli non era determinante.

Cambiai approccio e iniziai a cercare una fattoria già edificata; però non essendo già agricoltore avrei dovuto pagare, oltre al prezzo di acquisto, gli oneri di urbanizzazione non pagati dal precedente proprietario: lui sì che era agricoltore, e quindi esentato da questi oneri. Alla fine ci rinunciai, alle difficoltà già citate si aggiungeva il fatto che le normative cambiavano da regione a regione quindi mi trovavo a combattere una nuova battaglia contro la burocrazia locale ad ogni possibile nuova casa che visitavo.

Oggi le leggi sono finalmente cambiate, e gli allevatori cinofili sono regolarmente riconosciuti come imprenditori agricoli. Però la burocrazia la fa ancora da padrona: un amico allevatore si è visto appioppare una sanzione perché “sui recinti dei cani non era stata apposta regolare targa recante il numero dell’animale ospitato”. Il numero! La legge non immagina nemmeno che i cani abbiano un nome anche in un allevamento. Se si dovesse mettere il numero di registrazione dei singoli cani sul recinto che li ospita sarebbe un numero di 15 cifre. Credo che nemmeno i nostri legislatori meno illuminati pensino di poter chiamare un cane: “vieni qui, 981100000345421”!

Senza contare il simpatico effetto-lager della vista dei recinti dei cani dotati di un numero come ad Auschwitz.

Lady Diferro

La storia di Enrico