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Quello del licenziamento per giustificato motivo oggettivo fu un colpo basso dal quale non riuscii per lungo tempo a farmi una ragione. Dopo sedici anni ineccepibili sotto ogni punto di vista mi ritrovai scaraventato in mezzo alla strada, con l’aggravante psicologica di sapere che il mio posto sarebbe stato preso dalla figlia di uno dei soci: una ragazza priva di qualsiasi esperienza nel settore, impreparata sia dal punto di vista tecnico che da quello creativo, e per giunta molto portata – come del resto il padre – alla prevaricazione e alla menzogna. Il mio calvario era solo all’inizio, perché il preavviso verbale mi fu dato il primo aprile, e avrei dovuto continuare a lavorare fino alla fine di giugno: mi aspettavano tre mesi di autentico, ribollente inferno.

Trappolini, com’era nel suo stile, fece finta di non sapere niente e alzò le spallucce: d’altra parte l’unica cosa che aveva a cuore all’interno dell’azienda era la propria persona. Non gli importava nulla se con la mia abilità ero riuscito a condurre in porto progetti impossibili, se gli avevo fatto fare splendide figure con i clienti, se la mia percentuale di errore era pari a zero: l’unica cosa importante era che nessuno toccasse un filo d’erba nel suo giardinetto personale fatto di benefit e privilegi. In quei tre mesi, però, ormai libero dall’apprensione di perdere il lavoro, mi concessi il piacere supremo di replicare ad ogni tentativo di vessazione del mio quasi-ex-collega: e in quei maledetti novanta giorni la frase che mi ritrovai a pronunciare più spesso fu “Adelmo, cercati qualcun altro da maltrattare: con me hai finito”.

Timento, dal canto suo, cercò di indorare la pillola proponendomi una collaborazione a chiamata, forse conscio del fatto che la figlia non sarebbe mai stata all’altezza del compito. Oppure, più probabilmente, per placare il senso di colpa che avrebbe divorato qualsiasi essere umano degno di tale nome; ma la proposta che mi fece fu solo l’ennesimo tentativo di prendermi in giro. “Davide, continueremo a lavorare insieme: tu e Adelmo vi terrete in contatto e ti chiameremo ogni volta che ne avremo bisogno. Però non possiamo darti più di dieci euro a progetto”. Ora, non credo serva un ingegnere nucleare per capire come un progetto possa essere questione di un’ora come di una giornata intera; anzi, considerando bozzetti multipli, modifiche e revisioni un progetto particolarmente complesso poteva richiedere anche una settimana; e con quelle poche parole Fausto Timento dimostrò, anzi confermò, di non capire nulla delle procedure di lavoro e delle tempistiche della sua stessa azienda.

Anche in questo caso, come già stavo facendo con Trappolini, misi in atto una piccola rivincita: “Dieci euro a progetto? Un po’ come andare da un concessionario e offrire diecimila euro per un’automobile! Ma con quei soldi puoi forse portare a casa una Panda, se vuoi una Ferrari devi aprire il portafoglio. Ascolta: avevate a disposizione le mie capacità praticamente gratis, e avete comunque deciso di mandarmi via: adesso, se volete una mia collaborazione esterna cominciamo a parlare di prezzi di mercato. Venticinque euro l’ora, e se qualcuno prova ad alzare la voce con me chiudo il telefono”. Non avevo comunque nulla da perdere: sapevo che se avessi accettato un’elemosina di dieci euro a progetto ne avrebbero approfittato. E, disoccupato per disoccupato, preferii far sentire le mie ragioni e togliermeli dai piedi una volta per tutte.

Il giorno dopo Timento se ne uscì con un’altra delle sue menzogne creative. Stavolta con l’atteggiamento pseudo-pentito che tante volte gli avevo visto usare come tentativo estremo di mettere una pezza ai suoi errori: “Davide, mi spiace, l’azienda è in difficoltà e siamo costretti a prendere questi provvedimenti. E poi tu sei troppo bravo, sei sprecato per la Stampaben”. Non era vero che l’azienda era in difficoltà: di certo non si spalavano milioni come nei tempi migliori, ma era appena andato in porto un bel contratto con una catena di negozi di bricolage. E per quanto riguarda la seconda affermazione, una volta visto il pallone sul dischetto non ebbi esitazioni nel calciare il rigore: “Fausto, questa è l’unica cosa sensata che ti abbia sentito dire in sedici anni”.

Se dai due cialtroni suddetti non potevo aspettarmi niente di meglio, quello che mi diede la delusione più grande fu l’altro socio. Orlando Sfuriotti era l’unico che, tra una bestemmia e l’altra, fosse in grado di capire l’effettivo valore di ogni dipendente; ed era anche l’unico ad avere diritto di veto sulle sconsiderate e spesso ignobili scelte politiche fatte dal socio. Invece non mosse un dito per difendermi, né cercò di far ragionare Timento sulla gravità di quello che stava mettendo in atto. Per tutto il mese di aprile e buona parte di maggio Sfuriotti comunicò con me solo a grugniti e monosillabi, per poi raggiungere l’apoteosi nell’ultimo mese: mi ignorò completamente, non mi rivolse più la parola e iniziò a girarsi dall’altra parte ogni volta che mi vedeva passare. Come se avessi io un debito morale con lui.

Decisi di accorciare il più possibile questo epilogo vergognoso e sfruttai, per la prima volta in sedici anni, una delle tante settimane di ferie arretrate: così la mia tortura, invece che il 30, terminò venerdì 20 giugno 2014. Quel giorno non si vide nessuno dei capi, e neppure Trappolini: cosa rarissima, anzi forse mai avvenuta prima. Poco prima di mezzogiorno, solo dopo aver terminato fino all’ultimo dettaglio ogni lavoro che avevo ancora in sospeso, iniziai ad abbracciare e salutare tutti i miei colleghi, con i quali avevo condiviso fino a quel momento tanta sofferenza e tante ingiustizie. I “pezzi grossi” non si fecero più sentire, né per telefono né per mail: solo Trappolini decise di infliggermi l’ultima beffa, e mi fece un tiro dei suoi. Ma questa è un’altra storia, e la racconterò con tutti i dettagli in un articolo ad essa dedicato.

L'inizio della fine
L'ultima beffa