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Ogni giorno, alla Stampaben, si era costretti a combattere un’estenuante guerra con capi e capetti, per difendersi dai continui tentativi di questi ultimi di sminuire le capacità dei dipendenti e condurli così ad uno stato di sottomissione psicologica. Ogni lavoro eseguito perfettamente non era degno di alcuna gratifica, perché in realtà ci si era limitati a fare il proprio dovere e niente di più; in compenso gli errori, sempre possibili quando si opera sotto pressione e in tempi ristretti, venivano sistematicamente puniti con dosi massicce di urla, insulti e offese personali.

Uno dei motivi di discussione più frequenti riguardava il tempo necessario per lo sviluppo dei progetti; e in questa specialità – mi duole dovermi ripetere – Trappolini era campione olimpico plurimedagliato. Nonostante fosse negato con il computer, e sapesse a malapena inviare e ricevere mail, imponeva tempistiche di lavorazione irreali, a volte al limite del ridicolo. Avendo carta bianca sul trattamento del personale, non si preoccupava minimamente di confrontarsi con operai e impiegati, limitandosi ad inventare ogni giorno scadenze sempre più assurde, e praticamente impossibili da rispettare. In questo modo otteneva un doppio risultato: teneva costantemente i dipendenti sotto pressione, e si procurava al contempo il pretesto per umiliarne qualcuno, reo di non avere terminato il compito nei tempi previsti.

Una mattina il ruolo di punching ball del Trappolini spettò a me, come peraltro avveniva da anni quasi quotidianamente. Oggetto del contendere, un logo da ricostruire: come al solito, invece di farsi fornire dal cliente un file esecutivo, il mio malvagio collega aveva preso in consegna un vecchio biglietto da visita malconcio e scolorito. Al centro di esso campeggiava un marchio di rara complessità, zeppo all’inverosimile di intrecci e volute vagamente klimtiane. Ormai conoscevo bene Trappolini, e sapevo che era meglio tenere per sé commenti e osservazioni, specialmente se sensate; quel giorno, invece, fui preda di un attacco di masochismo e mi lasciai scappare: “spero che tu abbia calcolato bene il preventivo, qui ci vogliono un paio d’ore solo per vettorializzare la grafica”.

Quando affermavo “due ore” intendevo dire che il lavoro in sé ne avrebbe richiesta una. Ma dovevo sommare ad essa le mille interruzioni che spezzavano il mio lavoro: le mail urgenti, le telefonate inaspettate, i clienti senza appuntamento, i progetti in corso da controllare, i consulti con i colleghi, le incursioni di Timento e Sfuriotti. In teoria, calcolavo anche i dieci minuti obbligatori di riposo oculare, che poi in realtà non riuscivo mai a fare. Non appena ebbi pronunciato la frase suddetta, mi resi subito conto di aver fatto un’idiozia: la vena del collo di Trappolini cominciò a gonfiarsi in maniera preoccupante, preludio all’infamata che mi vomitò addosso subito dopo: “Due ore? DUE ORE? Conosco una persona che questo lavoro me lo fa in dieci minuti!”

Purtroppo il grassetto, o più precisamente il “bold”, non può esprimere compiutamente la violenza di quell’esclamazione, sia in termini di decibel che di astio malmostoso: non bisognava mai prestare il fianco a certe imboscate, perché era fin troppo palese che fossero state preparate ad arte. Evidentemente non avevo ancora imparato dai miei errori: non riuscivo a tacere davanti a questi meschini tentativi di sminuire le capacità altrui. Ma Trappolini era un maestro nel provocare la reazione delle sue vittime, e sapeva sempre dove colpire per innescare in loro i naturali meccanismi di autodifesa. In questo, devo riconoscerlo, un autentico fuoriclasse.

Ovviamente nessuno avrebbe potuto fare quel lavoro in così poco tempo, ma il mio torturatore era riuscito comunque nel suo intento di umiliarmi per l’ennesima volta. Mi tolse il progetto e lo diede a Stefania, la quale impiegò un’ora esatta per eseguire la ricostruzione, al netto di interruzioni e sospensioni. Ci sarebbero almeno un centinaio di episodi simili a questo, ma ho voluto raccontare solo quello più rappresentativo del clima di terrorismo psicologico che dovevo subire quotidianamente. Sono dell’idea che un buon capo dovrebbe essere prima di tutto un buon lavoratore: ovvero, chi impone a priori tempistiche e processi di produzione deve essere uno che quelle cose le sa fare e le conosce a menadito. “Chiacchiera e distintivo” potevano funzionare nella Chicago degli anni trenta, ma il lavoro – quello vero – è un’altra cosa.

Due pesi e due misure
L'avvocato delle cause perse