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Erano ormai passati più di due mesi dal mio ultimo giorno di lavoro alla Stampaben: a parte qualche messaggio da parte di Stefania, Roberto e Valeria, nessuna comunicazione a rompere l’assordante silenzio seguito al mio ingiusto licenziamento. Un giorno di settembre squillò il telefono: era Pierluigi, il buon ragioniere dell’azienda, che dopo i convenevoli iniziali mi chiese: “Tu saresti disponibile a fare qualche lavoro per noi?”. Ero sicuro che fosse in vivavoce, circondato da capi e capetti, quindi decisi di usare le maniere forti: “Nessun problema, Pier, a tre condizioni: in primo luogo voglio venticinque euro l’ora, non trattabili. Secondo, se qualcuno si azzarda a dire le solite bugie o ad alzare la voce, se ne torna da dove è venuto. Per ultimo, voglio le scuse per iscritto di Fausto, Orlando, Adelmo, e anche di Chiara. Dopo la porcata che mi hanno fatto, da loro non mi aspetto niente di meno!”

Fu solo una piccola vendetta verbale: sapevo benissimo che non mi avrebbero mai dato quella cifra, e soprattutto che non mi avrebbero chiesto scusa per nessun motivo. La Stampaben non era mai scesa a patti con i dipendenti “comuni”, non aveva mai concesso promozioni o aumenti a nessuno di essi, e i suoi titolari erano costantemente convinti di essere sempre dalla parte della ragione. Il lavoro ormai era perso, e se proprio dovevo rimanere disoccupato volevo almeno togliermi quest’ultima soddisfazione. Infatti non ci furono altre proposte, continuai a ricevere messaggi, mail e qualche telefonata dagli ex colleghi, ma dei cosiddetti “pezzi grossi” nessuna traccia. Nelle comunicazioni dei miei vecchi compagni di sventura era chiaro come la mia assenza si facesse già sentire, e che la predestinata Chiara Timento non avrebbe mai potuto sostituirmi degnamente.

Pochi giorni dopo la telefonata sopra descritta, mentre mi trovavo in casa impegnato ad inviare Curriculum, suonò il campanello. Al citofono, una vocetta palesemente alterata disse: “Raccomandata, c’è da firmare”. Ero in attesa di comunicazioni importanti da parte dell’INPS e del centro per l’impiego, quindi non diedi peso più di tanto a quella voce artefatta e scesi al portone: apertolo, mi trovai di fronte nientemeno che Adelmo Trappolini in carne, ossa e imbecillità. “Ci sei cascato, eh? Dai, andiamo di sopra, che chiacchieriamo un po’”. Avrei dovuto sbattergli la porta in faccia e tornare in casa, ma non so per quale strano motivo lo feci salire: chissà, pensavo, magari hanno mandato il loro sicario migliore per trattare le mie richieste. Oppure sta fungendo da ambasciatore per portarmi le scuse a nome di tutta la dirigenza della Stampaben.

Lo feci entrare in casa e gli offrii da bere. Trappolini non era socio dell’azienda, in sostanza era un mio pari grado, anche se aveva cento volte più potere e mille volte più privilegi di me: in quel momento, per lui, sarebbe stato assolutamente gratuito dirmi parole incoraggianti del tipo “in questi anni hai lavorato bene”, oppure “sarà difficile sostituire la tua precisione e il tuo talento”. Macché: col solito sorriso beffardo che accompagnava ogni sua cattiveria, mi disse: “Davide, devi capire che ormai uno come te in ditta non serve più: adesso i clienti vengono con i files già pronti, solo da aprire al computer, mettere in macchina e stampare”.

Secondo questo ragionamento, quindi, i sedici anni trascorsi a sviluppare lavori impossibili, a creare progetti da zero e a ricostruire grafiche complicatissime non valevano nulla; il fatto di aver tolto le castagne dal fuoco decine di volte non era meritevole di rispetto; la creazione di un archivio laddove non esisteva nulla era del tutto trascurabile, così come la realizzazione del sito aziendale dove prima c’era una paginetta semivuota. Le migliaia di ore di straordinario fatte, a scapito della mia salute psichica e fisica? Dimenticabili. I dieci giorni di malattia su 3.800 lavorati? Irrilevanti. La totale assenza di ritardi, sviste, errori o dimenticanze? Non pervenuta. Tutto archiviato, comprese le innumerevoli occasioni nelle quali Trappolini potè fregiarsi del merito di lavori ineccepibili, i complimenti dei clienti ricevuti e mai girati, le figure maestose fatte davanti ai clienti stessi, ai titolari della Stampaben e allo staff dirigenziale dei Cittadella Marittima Dolphins.

Sarebbe stato quello il momento adatto per cacciarlo di casa a calci, ma per l’ennesima volta la mia educazione ebbe la meglio: lo salutai normalmente e lo lasciai uscire senza neanche un ultimo “vaffa” di circostanza. Ripensandoci a mente fredda, il suo scopo era chiaro: una sorta di vendetta trasversale per aver tentato di alzare l’asticella delle condizioni economiche e per aver cercato di ottenere da loro le (peraltro sacrosante) scuse. In più, conoscendo il soggetto, era impensabile che non volesse godere di un’ultima umiliazione da infliggere: e poiché egli traeva tanto più piacere quanto maggiore era il valore della vittima, sapeva benissimo che non avrebbe mai più avuto a disposizione un talento paragonabile al mio da distruggere.

Dieci euro a progetto