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Sedici anni non sono pochi. E in tutto quel tempo, trascorso a farmi prendere in giro tra le mura della Stampaben, ho avuto modo di vedere le cose più strane e inspiegabili. Quella che, anche a distanza di tempo, mi ha lasciato un gigantesco punto interrogativo sopra la testa è la bizzarra gestione delle ore di lavoro e del consumo dei materiali. Quando si trattava di tempistiche di produzione, noi dipendenti eravamo strangolati da limiti ristrettissimi: guai impiegare più di un’ora per un dato progetto, vergogna spendere mezza giornata per un’impaginazione, fustigazione psicologica in caso di ritardi, crocifissione virtuale qualora un errore anche minimo facesse slittare i tempi di consegna.

In un simile scenario sarebbe stato lecito aspettarsi un livellamento delle condizioni di lavoro: un’ora è un’ora, e dovrebbe essere la sacra particella di riferimento, costante e inviolabile per tutti. Invece capitava spessissimo di dover dedicare mezze giornate ai “lavori personali” di Trappolini: quasi sempre si trattava di materiale per la squadra di basket da lui allenata, la Cittadella Marittima Dolphins, ma erano frequenti anche le partecipazioni di nozze di amici e parenti, loghi e progetti per i compagni di merende, depliant per lo studio di estetica della moglie e molto altro ancora. In questi casi il tempo si poteva dilatare come nella teoria della relatività, perché Adelmo non usciva dall’ufficio grafico finché non era soddisfatto del risultato.

Reduce da strigliate bibliche per questioni di pochi minuti, ero tuttavia costretto a sacrificare ore agli hobbies del mio arrogante collega: in un’occasione trascorsi un’intera mattinata a disegnare le nuove divise della CMD, complete di numeri e nomi, in doppia versione (casalinga e da trasferta) e in doppia vista (fronte e retro). Per me un lavoro valeva l’altro, ed ero convinto che tutto il tempo sottratto ai “veri” progetti venisse in qualche modo addebitato dall’azienda a Trappolini. Un giorno, invece, parlando con il ragioniere Pierluigi venne a galla la verità: la Stampaben non guadagnava un centesimo da queste ore di lavoro. Anche lui era stupito da questa assurdità, e mi confermò quello che già sapevo: “Trappolini può fare quello che vuole, i titolari lo sanno e dicono che va bene così. Non so neppure io quali accordi abbiano preso, ma ha carta bianca su tutto e tutti”.

A proposito di carta: venivo ripreso quasi ogni giorno da Trappolini perché, a suo dire, usavo troppi fogli per i miei appunti. Ero abituato a scrivere tutte, ma proprio tutte le informazioni preliminari che avrebbero accompagnato il progetto dalla bozza all’archiviazione: in una mia cartella di lavoro non doveva mancare nulla, e questo metodo mi salvò la pelle del posteriore decine di volte, quando si trattava di ristampare materiale risalente a mesi o anni prima. Con Timento, poi, bisognava annotare anche le cose apparentemente inutili, per prevenire le accuse derivanti dalla sua memoria a breve termine e dalla sua malsana propensione alla menzogna. Tanta carta, quindi: avrei preferito usare un tablet, ma ovviamente non potevo permettermelo, e certe spese faraoniche non rientravano nel budget della Stampaben.

Ma come recita il titolo di questo articolo, tutto è relativo: quindi, se io usavo tre fogli A4 per impostare un lavoro ero un assassino di alberi e il principale responsabile del disboscamento dell’Amazzonia; al contrario, le quindici copie di quattro fogli ciascuna delle divise dei Dolphins erano il minimo indispensabile per fare bella figura con la dirigenza e i giocatori della squadra. Sempre che venisse approvata la prima bozza, altrimenti erano altri 60 preziosi fogli che prendevano il volo. Trappolini amava dare lustro alla propria persona con coreografici slanci di generosità: peccato che mettesse ben poco di suo, visto che il talento era il mio e le ore di lavoro (nonché la carta e le cartucce) fossero di proprietà della Stampaben.

Più di una volta mi capitò di dover mettere mano al computer di Trappolini: Pierluigi ed io, a turno, dovevamo provvedere alla manutenzione della macchina, dal momento che il nostro collega non aveva idea di cosa fossero deframmentazione, scandisk, archiviazione, backup e pulizia generale. Tra le altre cose, eliminavo lo spam dalle cartelle della posta elettronica: e tra queste ve ne era una etichettata CMD. L’acronimo logicamente era quello della squadra di basket, e all’interno della cartella risiedevano centinaia, forse più di mille e-mail con titoli del genere “trasferta di domenica”, “divise nuove”, “quintetto base”, “acquisto palloni”. Anche in questo caso, tutto era relativo: mentre io e i miei colleghi rischiavamo la gogna per sforamenti di pochi minuti, Trappolini aveva facoltà di impiegare almeno un’ora al giorno per seguire i propri interessi personali. Se ancora non lo si fosse capito, questa era la Stampaben.

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