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Le prime settimane alla Stampaben furono abbastanza tranquille. Il reparto grafico era praticamente da rifondare da zero, Marta ed io (entrambi reduci dalla Bellerofont) ci davamo man forte per risolvere i problemi e per superare l’inevitabile disorientamento che coglie quando ci si avventura in una realtà completamente nuova. Un ulteriore aiuto ci proveniva da Federico, un ragazzo più giovane di noi, ma in forza al reparto grafico della Stampaben già da diversi anni: grazie a lui potevamo conoscere alcuni dettagli del lavoro che altrimenti avremmo dovuto scoprire a nostre spese. Infatti in azienda non solo vigeva il caos perché non si capiva chi si dovesse accontentare per primo tra i vari capi e capetti, ma i clienti stessi si davano da fare per complicarci la vita.

Accadeva di continuo una cosa strana, che alla Bellerofont avevo visto molto raramente: alcuni clienti abituali, senza appuntamento e senza preavviso, entravano nello studio grafico carichi di fogli e appunti, saltando a piedi pari la reception; iniziavano a snocciolare direttive e materiale per un nuovo lavoro, senza curarsi del fatto che fossimo già sommersi da decine di altre urgenze già in corso. Scoprii col tempo che era uno dei tanti assurdi modi di lavorare della Stampaben, e che aveva una grave implicazione: se si accontentava il cliente, si veniva poi sgridati dalla dirigenza perché i restanti lavori si erano fermati; se si diceva al cliente che non era un buon momento, e che sarebbe dovuto tornare previo appuntamento, si prendeva ugualmente la strigliata perché “Tal dei Tali è un cliente importante e bisogna sempre accontentarlo”.

Ovviamente un cliente importante per Timento non lo era per Sfuriotti e Trappolini, e così via, in una bizzarro incrocio di amicizie e preferenze; e altrettanto ovviamente i tre personaggi si guardavano bene dal chiarirsi tra loro, lasciando a noi dipendenti l’arduo compito di decidere da chi essere redarguiti e per quale motivo. In un’azienda degna di tale nome nessuno entra negli uffici operativi senza permesso e senza preavviso; e ogni mattina si dovrebbe fare una riunione per stilare un work planning della giornata. L’unico accenno di organizzazione (molto blando, per la verità) era tra Sfuriotti e Trappolini, mentre Timento era una mina vagante sempre pronto a buttare all’aria qualsiasi tentativo di impostare un piano di lavoro. Per fortuna sua figlia non faceva ancora parte della ditta, e ancora per qualche anno ci avrebbe risparmiato le sue Timentate.

Questo modo di lavorare mi dava fastidio e mi faceva stare male. Non era nulla in confronto a quello che avrei subìto negli anni a venire, ma ancora non potevo saperlo. Io, che tenevo liste di lavoro ordinate e precise come versi evangelici, almeno una volta al giorno dovevo scombinare tutto per accontentare il figlio del cugino, l’amico dell’amico, il genero del dentista e il meccanico dell’idraulico. Era davvero difficile far quadrare tutto nel tempo a disposizione, ed era altrettanto difficile (come gli addetti ai lavori sanno bene) piantare un lavoro sul quale si era concentrati per dedicarsi a tutt’altro. Anche alla Bellerofont esisteva questa brutta consuetudine, ma i capi erano solo due e molto di rado i clienti eludevano il filtro della reception.

Le tre menti pensanti dell’azienda avevano poi un’altra, pessima abitudine. Timento era (ed è tuttora, credo) appassionato di golf, Sfuriotti di tiro a volo e Trappolini di basket. Quest’ultimo faceva da coach ad una piccola squadra locale, la Cittadella Marittima Dolphins, e naturalmente ne curava anche la comunicazione. Non era affatto raro ritrovarsi uno dei tre, a turno, seduto al tuo tavolo per farti impostare ora la brochure del torneo di golf, ora il manifesto della gara di tiro, ora il nuovo logo della CMD basket; guai provare a dire “Fausto, possiamo farlo più tardi? Entro mezzogiorno devo finire tassativamante un’impaginazione”. Era il prologo di una tripla dose di urli: la prima da Timento, perché “tu devi fare quello che ti dico io”; la seconda da Sfuriotti, perché l’impaginazione non era stata finita, la terza da Trappolini perché aveva bisogno di disegnare le nuove divise della squadra e c’era sempre Fausto tra i piedi.

Alla prima cena aziendale della Stampaben ebbi modo di notare la tendenza di Trappolini a porsi sempre al centro dell’attenzione, sempre in modo greve e sempre a spese della dignità di qualcuno. Avrei dovuto capire già allora in quale brace rovente ero capitato, rispetto alla tiepida padella che avevo appena lasciato: ma mentendo a me stesso strinsi i denti e identificai tutti quei comportamenti come una sorta di iniziazione, sicuro che le cose sarebbero andate sempre meglio. Mi sbagliavo, e anche di grosso.

Come tutto ebbe inizio
Il periodo delle scatolette