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Evidentemente la mia persona esercita un’attrazione morbosa nei confronti della pur numerosa categoria dei cialtroni: durante gli otto anni di vita dello studio Grafite ebbi modo di imbattermi in una sequela di personaggi a dir poco bizzarri, tutti accomunati dall’obiettivo di danneggiare la mia psiche e le mie finanze. Non nego la mia percentuale di colpa: essere bravi, efficienti ed accondiscendenti potrà forse portare risultati nei film, ma nella vita reale ci si trova trasformati in una carta moschicida che attira le peggiori specie di insetti. Il più grosso è ampiamente descritto nel capitolo la maledizione dei figli di papà: quel Lorenzo che, fingendo interesse per il mio lavoro, voleva in realtà solo raccogliere informazioni sulle caratteristiche dello studio Grafite, per poi farsi comprare i muri dal padre e – in seguito – raddoppiarmi l’affitto.

Ma prima di lui ricordo Attilio, fidanzato di una mia cara amica di allora: tramite quest’ultima entrammo in contatto, perché lui stava aprendo un negozio di articoli sportivi ed aveva bisogno di tutto l’impianto grafico. Realizzai un logo bellissimo, con al seguito tutto il corollario di biglietti, shopping bag, magliette, adesivi e molto altro: in nome dell’amicizia “indiretta” gli feci un prezzo più che stracciato di 260.000 lire, sì e no un terzo di quello che avrei dovuto chiedere. Ma, al momento di fare i conti, mi guardò con aria di sufficienza e mi disse testualmente: “Io non ti dò niente. Siamo amici, no? E da che mondo è mondo, tra amici non si chiedono soldi”.

Neanche il tempo di smaltire il colpo, ed ecco arrivare Roberto. Costui faceva un lavoro simile al mio, e ricordo che era bravissimo con l’aerografo: aveva appena creato il logo per il negozio della moglie, e dovendo realizzare l’insegna si rivolse a me. Mi consegnò una sagoma in PVC, quello che commercialmente viene denominato Forex, e una copia del logo. Non so per quale motivo volle affidarmi quel lavoro, in fondo non ero più bravo di lui con l’aerografo: forse ero più esperto nel lavorare su materiali non cartacei, fatto sta che riuscii ad ingrandire e replicare in modo impeccabile la complicatissima grafica sul pannello di PVC. All’epoca non esisteva la stampa digitale, si lavorava ancora di episcopio, carta copiativa e mascherature, quindi l’impegno fu molto più difficile di quanto non si possa immaginare al giorno d’oggi. Roberto venne a prendere il pannello e se lo portò via, sostenendo che i colori non ricalcavano perfettamente il suo progetto originale e che quindi non mi avrebbe pagato: in compenso l’insegna fu regolarmente installata, e ancora oggi fa bella mostra di sé dopo più di trent’anni, apparentemente insensibile agli agenti atmosferici e ai raggi solari.

Via uno, sotto un altro: poco tempo dopo fu la volta di Maurizio, organizzatore di eventi e di serate in discoteca. Per lui realizzai un buon numero di biglietti invito e locandine, pagate con pochi spiccioli e qualche ingresso nei locali. Evidentemente, dopo un po’ di tempo, anche il poco che mi dava cominciò ad essere per lui un impegno troppo gravoso: il penultimo lavoro non me lo pagò affatto, perché l’evento aveva attirato poche persone e secondo lui avremmo dovuto dividere equamente i mali (ma non, ovviamente, i proventi delle serate ben riuscite). In occasione dell’ultimo, invece, mi fece fare una figura meschina con i proprietari del locale: “Sono già d’accordo con la direzione, questo lavoro te lo pagano direttamente loro”. Mi presentai dai gestori della discoteca, due persone estremamente gentili e corrette, che dopo l’iniziale sorpresa mi dissero: “Ma… veramente i soldi per la grafica li abbiamo già dati a Maurizio”. Era vero, lui stesso lo ammise, e dopo quell’episodio tagliai definitivamente i ponti con il cialtrone.

All’epoca andavano per la maggiore i bollettini postali contraffatti: nello stesso periodo in cui ci si aspettava di ricevere l’annuale tassa di iscrizione all’artigianato o alla camera di commercio arrivavano bollettini esattamente identici a quelli veri, anche per l’ammontare dell’importo, ma intestati ad un altro conto corrente. Fortunatamente fui messo in allarme per tempo dal mio commercialista, ed evitai di cadere in questa truffa. In compenso fui raggirato da un altro malaffare molto diffuso in quegli anni: si riceveva la telefonata di una sedicente rivista della Guardia di Finanza, con l’invito ad abbonarsi accompagnato da una minaccia non troppo velata di possibili controlli e sanzioni. In realtà la GdF non c’entrava nulla, e dopo aver sottoscritto terrorizzati l’abbonamento ci si vedeva recapitare vecchissime copie della rivista istituzionale, probabilmente rimanenze di magazzino scovate chissà dove. Il rinnovo era basato sul tacito consenso, e prima di riuscire a sottrarmi alla truffa passarono tre anni zeppi di telefonate a vuoto e raccomandate ignorate.

Un giorno mi vidi entrare in studio un signore, accompagnato da un ragazzino di undici o dodici anni; senza un buongiorno o un buonasera, l’uomo mise mano al portafoglio e mi mostrò il tesserino di un corpo che stavolta non specificherò. “Sono il maresciallo Tizio Sempronio. Esca degli adesivi per mio figlio”. Io non stampavo adesivi, li progettavo: però avevo qualche campione, e raccolsi tutto quello che potevo per accontentare il giovane Sempronio. Consegnai loro una ventina di adesivi assortiti, che guardarono non troppo soddisfatti; dopodiché, senza ringraziare e senza salutare, presero la via dell’uscita. Non riuscii a trattenermi, e a costo di finire nei guai raccolsi tutto il mio coraggio e dissi all’uomo: “Maresciallo, gli adesivi glieli avrei dati anche se non mi avesse mostrato il tesserino”. Lui abbozzò un sì con la testa, borbottò qualcosa e se ne andò senza aggiungere altro.

Annus horribilis
Il sogno sfumato