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Premetto che non sono affatto invidioso dei figli di papà. Mi chiedo solo perché molti di loro, sebbene siano stati privilegiati dalla sorte, non si limitino a godere della propria ricchezza senza intralciare la strada di chi ha avuto meno fortuna. Mi è capitato più volte di vedermi danneggiato da un rampollo di buona famiglia, ed ora mi concedo la giusta soddisfazione di raccontare qualche aneddoto su di loro.

 

Anno 1989

Avevo aperto da qualche anno il mio piccolo studio di grafica e design, che dopo le vicissitudini iniziali procedeva senza infamia e senza lode: riuscivo a concedermi un mensile quasi decente, pur rinunciando a qualsiasi cosa non fosse strettamente indispensabile. Niente viaggi, niente macchine, pochi divertimenti… insomma, facevo la formichina come avevo sempre fatto, e come avrei continuato a fare nei decenni successivi. L’unica cosa positiva era che pagavo un affitto ragionevole, circa 280.000 lire dell’epoca: qualcosa come 400 euro di oggi, più o meno, e questo mi permetteva un po’ di respiro tra i mille balzelli che dovevo affrontare ogni mese. Una sera, mentre mi stavo concedendo il lusso di una birra piccola in un bar della mia città, mi si avvicinò un ragazzo: non mi era sconosciuto, abitava nella mia zona e lo vedevo spesso in giro. Si chiamava Lorenzo, aveva sì e no diciotto anni ed esordì così: “Tu sei Davide, vero? Quello che ha lo studio in via Monteverdi? Ma com’è fare il grafico? E lo studio è tuo?”

Per un’ora buona volle sapere tutto sul mio lavoro: quali attrezzature possedevo, com’era organizzato lo studio, di quanti locali era composto, quanti clienti avevo, che tecniche usavo; io rispondevo di buon grado, vedevo in quel ragazzo una specie di Padawan alla ricerca del suo maestro Jedi, ed ero ben felice di passare un poco della mia esperienza ad un giovane tanto curioso ed entusiasta. Si congedò, quella sera, ringraziandomi per il tempo che gli avevo dedicato e per tutte le cose che gli avevo raccontato.

Pochi giorni dopo venne di nuovo da me, stavolta con lo sguardo basso e un’espressione molto, troppo seria. “Davide, devo dirti una cosa… Ho comprato il tuo studio”. In quei pochi giorni Lorenzo (o meglio, suo padre) aveva contattato il proprietario e aveva acquistato i muri che ospitavano la mia azienda. Ecco il perché di tanta curiosità: voleva solo sapere se il mio studio sarebbe stato adatto all’attività che aveva intenzione di avviare da lì a qualche anno. La prima cosa che fecero Lorenzo e suo padre fu di convocarmi al cospetto del loro commercialista, con l’intenzione di ritoccare pesantemente l’importo del canone di affitto: volevano 600.000 lire, più del doppio di quello che pagavo. Alla fine, dopo un’estenuante trattativa, ci accordammo per 500.000, che per me rimaneva comunque una cifra esorbitante.

Grazie a questo FdP (leggi figlio di papà, ma altre interpretazioni non sarebbero errate), il bilancio della mia piccola azienda subì una mazzata terribile: strinsi ancora di più la cinghia, resistetti ancora qualche anno ma alla fine dovetti alzare bandiera bianca. Non solo per colpa dell’affitto – questo va detto – ma di sicuro il buon Lorenzo e la sua faccia tosta ebbero una consistente percentuale di responsabilità. La cosa più incredibile è che quando liberai lo studio, nel 1993, Lorenzo non iniziò nessuna attività in proprio, ma si arruolò nella Guardia Forestale. Lo studio per un po’ rimase sfitto, poi dopo qualche mese vide l’apertura di una nuova attività. Che a sua volta durò pochissimo.

 

Anno 1996

Un episodio piccolo piccolo, ma significativo, per stemperare la gravità delle mazzate precedenti e successive. Nel 1996 lavoravo ancora alla Bellerofont, e un giorno ero alle prese con la rielaborazione vettoriale di un logo “impossibile”. Se qualche grafico sta leggendo queste righe, potrà capire a cosa mi riferisco: si trattava del marchio di una birra, pieno zeppo di svolazzi, luppoli, foglie, castelli, unicorni e scritte gotiche, da ricostruire perfettamente perché doveva essere stampato in grandi dimensioni.

Bene, quel giorno era in visita in azienda il figlio di uno dei titolari (e quindi nipote dell’altro). Un bimbetto di 7-8 anni, che per una decina di minuti stette dietro di me a guardare quello che stavo facendo; poi andò a farsi un giro per la ditta, probabilmente a infastidire qualche altro dipendente. Dopo un quarto d’ora tornò alle mie spalle, osservò il monitor e con un’arroganza degna del padre e del nonno mi sparò lì: “ma non hai ancora finito?”

È proprio vero: la mela non cade mai lontano dall’albero.

 

Anno 2002

La mia compagna ed io avevamo deciso di andare a convivere nella sua cittadina di origine; acquistare casa era fuori discussione, ovviamente per motivi economici, così optammo per l’affitto di un piccolo appartamento situato in una vecchia palazzina quadrifamiliare. Nonostante l’appartamento fosse stato da poco parzialmente ristrutturato, aveva numerosi ed evidenti problemi: decine di piastrelle rotte, vetri singoli alle finestre, sanitari vecchi, tapparelle da cambiare, soffitto della cucina scrostato, caldaia non a norma e così via. Con le mie capacità nel fai da te cercavo di tenere la situazione il più possibile sotto controllo, e nel tempo riuscii a mettere una pezza a molti difetti.

Il nostro rapporto con i padroni di casa era a dir poco idilliaco: una coppia di signori non più giovani, estremamente educati e disponibili, che vivevano nell’appartamento di fianco al nostro. Nel 1999 entrammo con un affitto di 800.000 lire, in seguito convertito a 413 euro. Verso la fine del 2002, un nuovo personaggio arrivò a turbare la nostra relativa serenità: si trattava del figlio dei padroni di casa, che di punto in bianco si accorse di aver bisogno di denaro e costrinse i genitori a mettere in vendita il nostro appartamento. Ci fu proposto il diritto di prelazione, ma la cifra richiesta dall’ingordo rampollo era totalmente fuori mercato: 195.000 euro per un’unità immobiliare di circa 40 anni, alla quale era necessario rifare pavimenti, bagno, infissi, portone, caldaia e un’altra mezza dozzina di interventi “pesanti”, che sarebbero costati almeno altri 30.000 euro; senza contare, logicamente, quanto avremmo dovuto pagare al notaio per il rogito.

Alla fine dei primi quattro anni di locazione dovemmo fare le valigie e andarcene, lasciando così i nostri amatissimi ex locatori con le lacrime agli occhi. Il loro figliolo non aveva sentito ragioni, voleva vendere l’appartamento vuoto e al prezzo che aveva deciso. Noi fummo costretti a spostarci a San Rubicondo, dove viviamo tuttora, e dando fondo ai pochi risparmi (più un mutuo ventennale) acquistammo un appartamento nuovo di zecca a un prezzo molto, ma molto inferiore a quello che ci era stato richiesto per la vecchia stamberga. Alla fine forse è andata meglio così, ma non posso dimenticare il senso di smarrimento e impotenza che provai quando l’avido giovanotto sparò quella cifra ridicolmente alta.

 

Anno 2014

Non posso chiudere questo articolo senza citare lei, la regina indiscussa di tutte le figlie di papà: Chiara “Salomè” Timento. In base alla struttura di questo sito dovrebbe comparire solo nella sezione “storie di mobbing”, in quanto facente parte dei fantastici quattro mobbizzatori della Stampaben; tuttavia il suo è un esempio talmente fulgido di nepotismo che non ho resistito alla tentazione di chiamarla in causa anche in questa pagina. Non posso poi dimenticare che – in buona sostanza – il mio licenziamento dalla Stampaben ebbe come scopo principale l’ingresso di Salomè al mio posto: sedici anni assolutamente ineccepibili sotto ogni punto di vista, sacrificati sull’altare pagano del favoritismo familiare.

Per qualche tempo le nostre strade si sono incrociate, e più di una volta ebbi modo di constatare l’assoluta mancanza di metodo di Chiara; in questo, e in molto altro, degna erede di papà Fausto. Come quella volta che mi fece fare una bozza urgentissima per una brochure: una volta terminata l’impaginazione mi disse, con il suo abituale garbo: “mandala subito in stampa, mille copie per domani”. Senza dilungarmi in troppe domande, come avevo ormai imparato a fare alla Stampaben, eseguii l’ordine, e nel pomeriggio del giorno successivo le brochures erano pronte, stampate e imballate. Senonché la Timento vide il pacco sul banco tradizionalmente destinato al materiale in uscita, e sbottò: “e queste, chi ti ha detto di stamparle?”

In un’altra occasione si dedicò personalmente alla progettazione di un volantino: il cliente ne aveva commissionato per telefono la realizzazione urgente, e senza pensarci troppo la Timentina scrisse a caratteri cubitali hoddog e patatine fritte. Naturalmente i volantini tornarono indietro, e Chiara divorò letteralmente Stefania e Roberto, i miei colleghi addetti alla prestampa: “io ci metto l’estro creativo, poi sta a voi ricontrollare tutto e correggere prima di andare in macchina”. Sarà anche così, ma in sedici anni io un errore del genere non lo avevo mai commesso: ricontrollavo meticolosamente ogni dettaglio grafico, ortografico, sintattico e grammaticale, e se avevo dei dubbi consultavo il dizionario (o Google). Un mio esecutivo era esecutivo nel senso stretto del termine: ed anche per questo i miei colleghi, abituati com’erano a non doversi preoccupare di errori o refusi, non notarono il madornale sbaglio della Timento.

Del tutto impreparata e incapace dal punto di vista grafico, Chiara tentò di riciclarsi come procacciatrice di lavori: ma anche in questo caso si rivelò totalmente negata per il compito. Non aveva nessuna base su quello che c’è da sapere in àmbito tipografico: formati, grammature, tipi di carta, lucidature, cordonature, fustelle… Il risultato era che ogni cliente procurato da lei doveva essere ricontattato da qualcun altro per definire la moltitudine di dettagli lasciati in sospeso. Sotto questo punto di vista era molto meglio l’altra FdP, Eva Sfuriotti, la quale (probabilmente conscia della sua inettitudine) si limitava a navigare sui social e a digitare per ore sullo smartphone.

La grande truffa