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Fin dall’infanzia ero sicuro che avrei costruito il mio futuro sull’unico talento ricevuto in dono dal destino: il disegno. A quattro anni già raffiguravo automobili, aerei e navi, a dire dei miei genitori in un modo quasi inquietante per quell’età. Alle elementari venivo convocato nelle varie aule per disegnare personaggi di Walt Disney alla lavagna, sotto gli occhi stupefatti di bambini anche più grandi di me; il mio maestro di allora mi affidava quasi in esclusiva i disegni da appendere alle pareti, rappresentanti la cartina dell’Europa, il ritratto di Garibaldi, la fotosintesi clorofilliana, le ere della Storia e tanto altro ancora. Ero bruttino, giocavo male a calcio ed ero timidissimo, ma l’unica cosa che sapevo fare la facevo veramente bene.

Alle medie, il mio professore di disegno era un pittore molto conosciuto e quotato nella mia regione. Ricordo che spesso, in primavera, ci portava fuori a disegnare quello che volevamo: “Lasciatevi guidare dall’istinto, cercate un oggetto, una persona, un animale che attira la vostra attenzione e mettete sulla carta quello che vi comunica”. Un giorno c’era il mercato settimanale del mercoledì, e vidi una corpulenta signora scegliere i pomodori in una bancarella di verdure; la postura, il soprabito svolazzante, il foulard in testa che proteggeva la permanante mi colpirono immediatamente, e in pochi istanti abbozzai quello che stavo vedendo. Quando poi la signora se ne andò, aggiunsi i dettagli della bancarella, un po’ di ombre e qualche sfumatura: il risultato finale assomigliava parecchio alle donne giunoniche dei bozzetti di Fellini, e il mio professore ne fu a dir poco entusiasta. Mostrò il disegno a tutti i miei compagni, dicendo loro: “Ecco ragazzi, questo è disegnare!”.

Quando fu il momento di scegliere la scuola superiore feci un azzardo: il mio obiettivo era di arrivare alla facoltà di Architettura, e invece di passare attraverso il Liceo Artistico scelsi un più prosaico istituto tecnico per Geometri, anche perché la sede era vicina a casa mia e avrei potuto risparmiare qualcosa nelle spese di trasporto. La mia famiglia era da sempre alle prese con problemi economici, e si cercava di limitare al massimo qualsiasi spesa. L’ITG non era certo il massimo, per me, ma nelle ore di disegno facevo faville: ricordo che il professore un giorno lodò la mia abilità nel comporre le scritte tecniche con il normografo, e – analogamente a quanto era successo alle medie – mostrò alla classe alcuni miei disegni come esempio per il corretto uso di quell’antico strumento. Non si accorse mai che quelle scritte, pur basate sul carattere e sulle dimensioni di quelle del normografo, erano fatte a mano libera.

Visto con gli occhi di oggi quello che sto per dire potrebbe sembrare strano, ma verso la fine del ventesimo secolo vigeva una regola non scritta sull’accesso all’istruzione: a causa dei costi faraonici dell’Università, solo chi proveniva da famiglie abbienti poteva permettersi l’iscrizione, i testi, le tasse e gli affitti fuori sede. C’era chi cercava di autosostentarsi studiando e lavorando contemporaneamente, spesso col risultato di andare largamente fuori corso, o di giocarsi l’equilibrio psicofisico. Tanto più povera era la famiglia, tanto prima ci si vedeva costretti ad abbandonare gli studi per contribuire al sostentamento economico della famiglia stessa: e poiché la mia era veramente al limite dell’indigenza dovetti lasciare già dopo la prima superiore, pur con voti altissimi e un profitto di tutto rispetto. Allora come oggi l’ascensore sociale era bloccato, e in totale assenza di risorse era veramente difficile affrancarsi dalla povertà.

Iniziai così a lavorare, inizialmente in un posto che aveva poco a che fare con le mie capacità: ma era pur sempre un lavoro, che mi permetteva di non gravare sul bilancio familiare. Dopo un paio d’anni ricevetti il “battesimo del mobbing”, ovvero il primo vero episodio di vessazione nell’ambito lavorativo: in occasione della mia chiamata al servizio militare, il mio datore di lavoro mi pregò di potermi licenziare, con la solenne promessa di riassumermi al termine dell’anno di leva obbligatoria. Credendo di potermi fidare acconsentii all’operazione, e finita la naja mi ripresentai al lavoro come d’accordo: ma rimangiandosi la parola, il principale sostenne che l’azienda era entrata in crisi e non avrebbe potuto riassumermi. Per fortuna all’epoca le opportunità non mancavano, io ero giovane e dopo un paio di mesi trovai occupazione presso la tipografia Bellerofont.

Capii molto presto che in quell’azienda non avrei mai potuto sfruttare pienamente le mie capacità, così – pur continuando a collaborare con loro – diedi vita al mio studio di design Grafite. D’altra parte certe imprese si tentano quando si è giovani: ci si sente potenti e invulnerabili, e quand’anche le cose andassero male si ha sempre tempo e modo per ricominciare. La mia piccola attività non andò male: andò malissimo, bersagliata nel corso degli anni da truffe, controlli, mancati pagamenti, burocrazia insostenibile, commercialisti esosi e tasse sproporzionate. Tuttavia strinsi i denti e andai avanti per quasi otto anni, accontentandomi di uno stipendio da apprendista ma con l’orgoglio di essere riuscito a mettere in piedi qualcosa di mio. E di averlo fatto senza l’aiuto di nessuno, appoggiandomi solo al mio coraggio e all’unico vero talento ricevuto dalla natura.

Tra il 1992 e il 1993 ricevetti il colpo di grazia da un noto uomo politico, all’epoca Presidente del Consiglio: questi prima introdusse per decreto un prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti, che nel mio caso fu poco influente perché in banca avevo solo pochi spiccioli e qualche ragnatela. Successivamente però lo stesso uomo politico devastò la piccola imprenditoria con la cosiddetta Minimum Tax: non importava se gli affari andavano a rilento o a gonfie vele, avrei dovuto dichiarare un reddito che – per me, in quel momento – era totalmente irreale. L’attività non era riuscita a decollare come avrei voluto, guadagnavo poco ma mi andava bene così, perché facevo il lavoro che volevo ed ero capo di me stesso: mi ritrovai a dover dichiarare 24 milioni di lire laddove ne ricavavo effettivamente quindici o sedici, e a dover pagare in tasse e contributi la corposa differenza. Non potevo farcela, e dovetti chiudere l’attività al pari di centinaia di migliaia di piccole aziende che si trovavano nelle mie stesse condizioni.

Il mio piccolo sogno era sfumato, ucciso dall’arroganza di una classe politica miope e incapace. Fu difficile riprendermi, perché ero convinto che il mio talento mi avrebbe portato lontano: purtroppo non ero portato al commercio tanto quanto al disegno, e dovetti alzare bandiera bianca prima di vedermi sottratto anche quel poco che avevo costruito di buono. Tuttavia fu un’esperienza costruttiva, che mi insegnò tante cose piccole e grandi sulla meschinità degli esseri umani. E, se non l’avessi fatta, probabilmente oggi mi sentirei un codardo che non ha voluto provarci. Invece ci misi tutto: coraggio, intraprendenza, fiducia e una buona dose di follia. E di questo sono orgoglioso perché, anche se mi è andata male, non ho avuto paura di inseguire il mio sogno.

La teoria della carta moschicida: prima parte
La teoria della carta moschicida: seconda parte