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Tra i tanti colpi di genio messi in atto da Fausto Timento, ne ricordo uno del quale pagai personalmente, e pesantemente, le conseguenze. Il soggetto in questione era sicuramente il più avaro e “tirato” tra i due soci, ed era costantemente alla ricerca di modi sempre nuovi per ridurre i costi di gestione dell’attività. Ciononostante si avventurava spesso in iniziative non alla portata della struttura dell’azienda, finendo quasi sempre per buttare dalla finestra fiumi di denaro e di tempo: una volta tentò di creare una specie di network tra tipografie e serigrafie medio-piccole, a livello nazionale, in modo da poter affrontare gare d’appalto importanti e commesse di un certo peso. Idea in sé non malefica, ma messa in atto con sufficienza e mancanza di metodo: non si capiva chi dovesse comandare e chi dovesse prendere decisioni, la comunicazione era frammentaria, i malintesi frequenti e lo scaricabarile pressoché quotidiano.

A peggiorare le cose, il fatto che queste iniziative venissero prese da Timento in completa autonomia, senza consultarsi né con il socio né tantomeno con il personale; in qualche occasione avremmo potuto distogliere il nostro titolare da certe bizzarre imprese, magari facendogli notare che a livello organizzativo e strutturale la Stampaben non avrebbe mai potuto imbarcarsi in impegni tanto gravosi, e oggettivamente superiori alle capacità dell’azienda. Purtroppo invece l’azienda stessa veniva messa davanti al fatto compiuto, e non restava che abbozzare e darsi da fare per limitare i danni causati dal proverbiale “passo più lungo della gamba”.

Il vero problema, per noi dipendenti, era che Sfuriotti e Trappolini manifestassero il loro disappunto non con Timento, come sarebbe stato logico, ma con noi. Uno dei pochi lavori acquisiti grazie a questa sorta di network fu la gestione e la stampa di tutto il materiale cartaceo di un importante istituto bancario; e poiché il lavoro era veramente tanto, una buona parte di esso fu delegata ad uno studio grafico esterno. A un certo punto l’impegno diventò eccessivo anche per lo studio esterno, e Timento pensò bene di spedirmi presso quest’ultimo per non sforare i tempi di progettazione e consegna. Per me non cambiava poi molto, lo studio si trovava a poca distanza della Stampaben e avevo a che fare con persone abbastanza in gamba, ma già avevo la premonizione di quello che sarebbe accaduto in seguito.

Trappolini non aveva alcuna intenzione di ridurre il suo flusso di lavoro per adattarlo alla mia assenza forzata; e d’altro canto mi era stato imposto da Timento di non fare straordinari, per nessun motivo. Mi ritrovai così al centro di un paradosso degno della teoria del teletrasporto: secondo capi e capetti dell’azienda avrei dovuto portare avanti parallelamente tutti i progetti esterni e interni, facendo continuamente avanti e indietro tra le due ditte. Incredibilmente, dopo un paio di settimane circa, i geni giunsero alla conclusione che gli esseri umani non fossero dotati del dono dell’ubiquità, e me la cavai con un paio di sgridate di circostanza: quelle della categoria “urlo con te per farmi sentire dall’altro”, molto in voga in certi frangenti. Alla fine l’ebbe vinta Trappolini, e dovetti fare ritorno alla Stampaben; nel contempo il megaprogettone, ampiamente sottovalutato fin dalle prime battute, naufragò miseramente con grande dispendio di tempo, denaro e credibilità.

Vietato ammalarsi
Questo lavoro fa schifo!