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Spesso le strategie di mobbing, alla Stampaben, andavano al di là del semplice insulto e dell’umiliazione diretta. Timento e Trappolini, in particolare, possedevano un talento innato per dare vita a nuove forme di persecuzione incrociata, sempre più raffinate e subdole. Capitava spesso che Stefania ed io ci trovassimo contemporaneamente nell’ufficio di Trappolini, per definire progetti di particolare complessità, o anche solamente per pura coincidenza; e in varie occasioni dovetti assistere al massacro verbale della mia povera collega, rea di piccoli errori di disattenzione o semplicemente dovuti alla mole insostenibile di lavoro.

Almeno tre o quattro volte, però, Trappolini passò il segno: accusava Stefania di cose oggettivamente non vere, e lo faceva guardandomi con la coda dell’occhio; era evidente che il suo scopo fosse quello di provocare una mia reazione. Da bravo idiota quale sono, abboccai all’amo e intervenni in difesa della ragazza: “Adelmo, ti sbagli: ho seguito anche io una parte del lavoro e Stefania ha fatto esattamente quello che gli era stato detto”. Et voilà, ecco fornito su un piatto d’argento il pretesto per una sfuriata: “Guarda che nessuno ha chiesto il tuo parere! E poi, sentiamo un po’, chi saresti tu? L’avvocato delle cause perse?”

Non pago dell’umiliazione, porsi la guancia ad un altro schiaffone morale e replicai: “A quanto pare hai deciso di processare Stefania, e in un paese civile dove c’è un processo ci deve essere anche un avvocato difensore!”. Fu la mia fine: Trappolini spostò tutta la sua attenzione su di me, e il bersaglio della sua dose quotidiana di insulti divenni io a tutti gli effetti. Una volta accesa la miccia, il motivo originale della discussione diventava del tutto secondario: il mio collega era drogato del culto di sé stesso, ed ogni occasione di distruggere verbalmente gli altri era per lui un invito a nozze. Alimentava il suo ego riducendo ai minimi termini quello degli altri, facendosi forte della licenza di vessare concessagli dalla dirigenza in base a non so quale occulto accordo.

In altre occasioni difesi Stefania e altri colleghi anche in loro assenza: Trappolini tentava spesso di rendermi complice delle sue nefandezze, cercando in me un sostegno alle sue tesi deliranti. Sostegno che non gli avrei mai dato, in nessun modo e su nessun argomento, e forse anche per questo ce l’aveva tanto con me. Quando inveiva contro la presunta scarsa precisione dei miei colleghi, non mancavo mai di fargli notare che la precisione richiede tempo e tranquillità, due sostantivi inesistenti tra le mura della Stampaben. Quando cercava di coinvolgermi nella compilazione della sua personale classifica delle clienti più “porcelle” dell’azienda (ebbene sì, era anche maschilista) gli chiedevo come avrebbe reagito se qualcuno avesse parlato allo stesso modo di sua moglie.

La mia era una battaglia persa in partenza: sebbene fossimo più o meno allo stesso livello gerarchico, io non avevo neanche la centesima parte del suo potere. Tentai più di una volta di sottoporre all’attenzione dei titolari i comportamenti sempre sopra le righe di Trappolini; nella quasi totalità dei casi venivo ignorato, e solo in un paio di occasioni Timento mi disse: “queste cose dovete gestirle tra di voi, in fondo lui è un dipendente come gli altri”. Un po’ come dire ai pinguini di mettersi d’accordo con la foca leopardo: i soci erano consapevoli degli eccessi del loro protetto, ma l’impressione era che fossero ben felici di quello stato di cose.

La mia teoria è questa: in cambio dei numerosi benefit dei quali godeva, Trappolini aveva il compito di tenere il più possibile i dipendenti sotto pressione psicologica. In questo modo nessuno si sarebbe sognato di chiedere promozioni o aumenti: del resto, dopo anni passati a sentirsi ripetere di non valere nulla, chiunque avrebbe cominciato a crederci veramente. Non so dare altre spiegazioni agli incredibili episodi di vessazione e umiliazione ai quali ho avuto modo di assistere in sedici anni di Stampaben; e tuttora mi chiedo come facciano i miei ex colleghi a resistere così a lungo in un ambiente tanto ostile.

Un altro lo farebbe in dieci minuti
Ci hai fatto perdere un cliente